Ritratti non solo pallonari dei paesi che si giocano i mondiali/29
Spagna
Li ricordate? Duemilasei, duemilasette, duemilaotto: erano gli anni in cui la Spagna zapateriana sgambettava ancora felice sui palcoscenici europei sfoderando ogni mese performance da sballo (il pil saliva, i disoccupati scendevano, il debito pubblico diminuiva, il saldo pubblico migliorava) e offrendo ogni giorno agli osservatori di mezzo mondo l’occasione di riconoscere in quel miracolo spagnolo un nuovo modello di politica economica che da solo – così si diceva – avrebbe consentito all’Europa di crescere come mai le era capitato prima.
21 AGO 20

Li ricordate? Duemilasei, duemilasette, duemilaotto: erano gli anni in cui la Spagna zapateriana sgambettava ancora felice sui palcoscenici europei sfoderando ogni mese performance da sballo (il pil saliva, i disoccupati scendevano, il debito pubblico diminuiva, il saldo pubblico migliorava) e offrendo ogni giorno agli osservatori di mezzo mondo l’occasione di riconoscere in quel miracolo spagnolo un nuovo modello di politica economica che da solo – così si diceva – avrebbe consentito all’Europa di crescere come mai le era capitato prima. Era la Spagna che solfeggiava festosa le note sincopate celebrate nei tanghi almodovariani immortalati nei fotogrammi di Volvér, e che ogni mese sfotticchiava convinta i cuginetti italiani esibendo periodicamente presunti sorpassi economici e ipotetiche supremazie culturali. Scriveva l’Economist in un massiccio speciale da 20 pagine prodotto nel novembre 2006 che la Spagna “sorpasserà l’Italia entro il 2009”. Ecco: oggi la Spagna ha una disoccupazione che è quasi il triplo di quattro anni fa (20 per cento), un pil che cresce tre volte meno, un debito pubblico appesantito, un premier considerato quasi bollito e una tradizione calcistica che forse in Sudafrica finalmente esploderà ma che intanto in Europa ha smesso di solfeggiare contro il muro tirato su dall’Inter di Walter Samuel.